G. Marchetti – G. Elia (a cura di), Anselmo. La caduta del diavolo, Bompiani.   Il caso filosofico dell’anno.   di Simone Fagioli  

E’ diventato un caso letterario il libro di Anselmo d’Aosta, La caduta del diavolo, edito nella collana “Testi a fronte” di Bompiani. Dopo aver in pochi mesi esaurito la prima edizione, è già uscita la seconda.

Lo straordinario successo di un classico di carattere teologico-filosofico ha sorpreso veramente tutti.

Il De casu diaboli, scritto da Anselmo tra il 1080 e il 1085, è un’opera teologica-filosofica che indaga il mistero del male spiegato come distacco originario  di un’intelligenza angelica da Dio. Con il De veritate e il De libertate arbitrii, il trattato fa parte di una trilogia sul tema della libertà: in particolare, il De casu diaboli tratta il problema della rettitudine e della libertà in relazione alla caduta del Diavolo; Satana è caduto per non aver voluto perseverare nella rettitudine e nella giustizia; e non perseverò nella rettitudine perché volle essere simile a Dio, anteponendogli la propria volontà, e fu giustamente punito. I capitoli finali riprendono il problema del male, precisando che esso è sempre sofferenza: alcune volte è nulla, come la cecità; altre volte invece è qualcosa, come la tristezza e il dolore. Per questa ragione noi, nell’udire il nome male, non temiamo il male che è nulla, ma il male che è qualcosa, in quanto conseguenza dell’assenza del bene.

Questi sono i principali contenuti filosofici e teologici del testo anselmiano.

L’opera, curata da Giancarlo Marchetti, docente di Epistemologia presso l’Università degli Studi di Perugia, e da padre Elia Giacobbe, teologo, medico chirurgo, studioso di dogmatica. Il volume si segnala per il pregio di essere corredato di una introduzione di rara compiutezza scientifica e formale, di notizie biografiche che descrivono la vita e le opere di Anselmo d’Aosta, di accurate note al testo che offrono notevoli occasioni di approfondimento e di esegesi ed infine, di un puntuale ed aggiornato apparato bibliografico.

Tutto ciò non è scevro da una sapiente e filologica traduzione in italiano, che riproduce fedelmente la lezione del “versio” di Anselmo, riuscendo a far rivivere la bellezza del latino medievale dell’epoca.

Marchetti ed Elia, ai 28 capitoli del De casu diaboli da loro tradotti, fanno seguire quattro appendici: le appendici A e C riportano i capitoli 8 e 7 del Proslogion; l’appendice B presenta i capitoli 16-18 del Cur Deus homo, nella traduzione dei Curatori; l’appendice D propone al lettore la “Questione terza”, capitolo 11, del De concordia (cfr. Anselmo d’Aosta, la concordia della prescienza, della destinazione e della grazia di Dio col libero arbitrio.

«Nella prefazione al De veritate Anselmo raccomanda di leggere sempre prima il De veritate, poi il De libertate arbitrii e infine il De casu diaboli» (cit., p. 7): in effetti, secondo il Dottore Magnifico, questi tre trattati sono pertinenti allo studio della Sacra Scrittura (cfr., n. 3, p. 29).

La lettura dei tre trattati logico-filosofici in sì fatto ordine cronologico permette al lettore di ravvisare, in tali scritti, un ordine logico ed una unità di contenuto.

Complessivamente, i tre dialoghi analizzano il problema della rettitudine, tema e problema fondamentale in seno alla teologia anselmiana: il De casu diaboli «[…]  tratta il problema della rettitudine e della libertà in relazione alla caduta del diavolo: Satana è caduto per non aver voluto perseverare nella rettitudine e nella giustizia» (cit., p. 7).

Il dialogo prende forma e si sviluppa in forza della metodologia per interrogationem et responsionem, nella quale il discepolo formula le domande cui il Maestro risponde sapientemente. L’attuazione di tale metodologia dialogica soddisfa molteplici intenti, tra cui quello di «rispondere alle domande dei suoi confratelli e alle pressanti sollecitazioni del suo ambiente» (cit., pp. 7-8).

La peculiarità sia sostanziale che espositiva di questa opera consiste nell’esaminare un problema di ordine teologico, vale a dire la caduta degli angeli malvagi, per mezzo di una metodica prettamente filosofica, ovvero, in forza di una serie di ragionamenti concatenati che esprimono un preciso rigore logico e di una magistrale analisi linguistica dei termini utilizzati.

Infatti, nel De casu diaboli, «l’accurata disanima delle diverse accezioni dei termini permette ad Anselmo di condurre il lettore all’intelligenza della fede attraverso la risoluzione di tutte le difficoltà linguistiche derivanti dall’uso comune delle parole» (cit., p. 8).

Nell’opera del Dottore Magnifico, è possibile riconoscere una serie di influenze, di contaminazioni che hanno certamente contribuito al concepimento del De casu diaboli e che ne hanno idealmente tracciato il percorso: in particolare, si individua l’influsso delle principali autorità teologiche (la Bibbia, S. Agostino ed altri Padri della Chiesa), di Aristotele (con particolare al De interpretazione ed al capitolo 10 delle Categorie) e di Boezio.

«La connessione di S. Anselmo con questi filoni di pensiero è della massima importanza perché mette in luce quella tendenza logico-dialettica che sorregge la riflessione del Dottore Magnifico dove la Bibbia e Agostino vengono rifusi, insieme a Aristotele e Boezio, in una feconda sintesi teologico-filosofica vivificata dalla parola di Dio» (cit., p. 12).

 

“Left & Right. Documenti dal vivo”: il nuovo album-live di Francesco De Gregori   di Simone Fagioli  

C’è qualcosa di nuovo sotto il sole. O meglio, sotto la neve. E’ il nuovo live di F. De Gregori. Non crediamo di esagerare nel dire che De Gregori sia uno dei più grandi cantautori italiani, anzi, è uno tra i pochissimi che sappia interpretare in maniera nuova e non banale gli anni del secolo duemila.

Egli non resta ancorato alla gloria del passato ma riesce straordinariamente ad interpretare la nuova post-modernità e riesce a far suscitare nuove ed inaspettate emozioni.

“Amore nel pomeriggio” segna la nuova stagione del cantautore romano, l’inizio di un sottile filo rosso, di un percorso poetico-musicale che porta, attraverso “Pezzi” e “Calypsos”, ai nuovi arrangiamenti di “Left & Right”.

F. De Gregori non è un cantautore legato ad una stagione, non è il cantante passeggero di una estate di sole: le sue canzoni si dipanano nel tempo scandendo, oggi come ieri, le emozioni di intere generazioni.

In De Gregori abbiamo una perfetta simmetria tra il testo della canzone e la sua musica: i versi, notoriamente metaforici, si inseriscono a pieno titolo in una melodia che non è di contorno, che non costituisce una mera cornice nella quale posizionare ed ordinare versi d’amore o di vita quotidiana.

Le parole e la melodia si fondono e si confondono in un sinolo inscindibile, in brani che, singolarmente, sono sintesi di pensiero e di vita, di fenomeni e di vissuti interiori.

E’ noto che i cantautori non sono poeti, ma la canzone non può essere nemmeno considerata mera letteratura: i cantautori costruiscono versi in musica.

Il nuovo album dal cantautore romano si caratterizza non per il contenuto inedito dei brani, piuttosto per una inedita concezione degli arrangiamenti che sintetizzano un nuovo modo di cantare e di interpretare le canzoni, quelle canzoni che hanno lasciato un traccia indelebile nella storia della canzone italiana. “Left & Right” prende avvio dalla recente “Numeri da scaricare”, per passare alle indimenticabili “Leva calcistica della classe ‘68”, “L’agnello di Dio”, “La donna cannone”, alle ancora recenti “Caldo e scuro” e “Vai in Africa Celestino” (in origine “Pezzi”), per concludere con le storiche “Buonanotte fiorellino” e “Il bandito e il campione”.

Ci sembra limitativo paragonare De Gregori a B. Dylan, in quanto, nonostante la somiglianza nello stile e nella sensibilità musicale, il genere di De Gregori è unico nel nostro panorama musicale pop.

Egli è uno dei pochi autori che, nonostante una delirante deriva culturale,  riesce a seguire una propria strada, un proprio ed originale modo di fare canzoni, forse dal tono più scandito di un tempo, frequentemente intervallato da pause musicali o della voce, ma parimenti significativo, dove la musica non rappresenta un pretesto, un sottofondo sul quale cantare storie, le storie di De Gregori, le storie “della gente”, che diventano archetipi, categorie, storie universali.

Marc Chagall in Umbria. Chagall delle meraviglie.   di Simone Fagioli  

“Bastava che aprissi la finestra della stanza e subito l’aria azzurra, l’amore e i fiori entravano con lei. Vestita tutta di bianco o tutta di nero, già da tempo ella si aggira come uno spirito nei miei quadri, guidando la mia arte”.

Siamo certi nel dire che la mostra di arte contemporanea “L’incredibile apparente”, dedicata al maestro russo Marc Chagall (per ulteriori informazioni circa la biografia, le opere e l’attività artistica di M. Chagall, cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Marc_Chagall), allestita nelle suggestive sale della Residenza Nobiliare di Palazzo Pietromarchi, sede del Museo Dinamico del Laterizio e delle Terrecotte in Marsciano, è uno degli eventi culturali più importanti, più attesi e più seguiti della nostra Regione.

Lo testimonia il grande afflusso di pubblico che ha costretto gli organizzatori a prorogare la mostra fino al 24 Marzo 2008.

Le manifestazioni culturali, solitamente, si arricchiscono e si completano con la realizzazione di un evento nell’evento.

Proprio per questo motivo, la conferenza dal titolo “Chagall delle meraviglie” a cura di Paola Bianchini (Università degli Studi di Perugia – Dipartimento di Filosofia), si è ben dispiegata sullo sfondo dell’arte simbolica, complicata e proiettata verso il futuro, di M. Chagall.

La lezione tenuta dalla Prof. Bianchini ha magistralmente illustrato il percorso estetico-letterario di M. Chagall attraverso i diari di Bella Chagall: una prospettiva ispirata dai ricordi di Bella della formazione artistica di M. Chagall attraverso i temi cari all’iconografia del grande Maestro: le luci delle feste tradizionali ebraiche, la musica, i colori dei paesaggi nella comunità ebraica di Vitebsk, nella Russa Bianca.

I quaderni di ricordi della moglie Bella, sono stati fino a poco tempo fa inediti in Italia; questi scritti rappresentano una occasione per indagare la pittura di Chagall da un punto di vista intimo, testimoni della dimensione fantastica e visionaria delle sue opere.

La serata si è conclusa con un Aperitivo musicale del “Duo Malastrana”, composto dal M° Mosè Chiavoni (clarinetto / clarinetto basso/ sassofono soprano) e dal M° Luciano Biondini (fisarmonica) che ha emozionato e profondamente suggestionato con i suoni yiddish e Klezmer, tipici della tradizione popolare ebraica, il numerosissimo pubblico affluito per l’atteso evento culturale.

Desideriamo ringraziare con gioia e gratitudine, infine, la Dott.ssa Chiara De Santis, dottoranda di ricerca in Filosofia, per averci invitato a partecipare a questa importantissima manifestazione culturale, e per aver reso possibile, pertanto, il presente articolo.

 

“Purificati” di Sarah Kane: un grande successo di pubblico

 

di Simone Fagioli

Sarà la città di Terni ad accogliere le ultime due rappresentazioni di “Purificati” di Sarah Kane.

Domani 11 Marzo e Mercoledì 12 alle ore 21,00, presso Video Centro Teatro C di Terni, sarà possibile assistere al celebre spettacolo teatrale, portato in Umbria da Antonio Latella.

Dopo il debutto, avvenuto nel mese di giugno 2007 presso il teatro “Belli” di Roma, in occasione della XIV Rassegna Garofano Verde, a cura di Rodolfo di Giammarco (critico teatrale del quotidiano “la Repubblica”), l’Umbria è la protagonista di una tourné teatrale durata circa un mese, in cui un gruppo di giovani attori diplomati alla scuola del Cut (Francesca Aiello, Caroline Baglioni, Carolina Balucani, David Berliocchi, Francesca Colli, Stefano Cristofani, Marta Pellegrino, Maria Varo, Domenico Viola) ha portato in scena lo spettacolo “Purificati” di Sarah Kane, una produzione del Teatro Stabile dell’Umbria, con la regia di Antonio Latella.

Gli spettacoli hanno avuto inizio nella bellissima Sala Sisto IV di Palazzo Trinci in Foligno (16 e 17 Febbraio) per poi proseguire nella Sede del Centro Universitario Teatrale in Perugia (dal 19 Febbraio al 9 Marzo).

Domani si concluderà, quindi, questo ciclo umbro che sta riscuotendo un grande plauso da parte del pubblico e la levatura culturale di tale prodotto artistico è testimoniata anche dai numerosi echi di stampa e dalle moltissime recensioni cartacee e on-line.

La prossima settimana avremo il piacere di intervistare, in esclusiva, l’attore Domenico Viola, uno dei protagonisti di “Purificati”.

Per ulteriori informazioni contattare:

Teatro Stabile dell’Umbria 075.575421 – 075.57542222 (ore 16-19) www.teatrostabile.umbria.it [email protected]

 

“Purificati” di Sarah Kane

Traduzione in italiano di Barbara Nativi, a cura di Antonio Latella

Personaggi ed interpreti:

Didascalia: Carolina Balucani; Tinker: David Berliocchi; Voci: Maria Varo; Robin: Domenico Viola; Graham: Francesca Colli; Rod: Caroline Baglioni; Carl: Stefano Cristofani; Donna: Francesca Aiello; Grace: Marta Pellegrino; regista assistente: Tommaso Tuzzoli; disegno luci: Giorgio Cervesi Ripa; elettricista: Vincenzo Chiocci; sartoria: Raffela Massei

Sarah Kane (3 febbraio 1971 – 20 febbraio 1999) è una scrittrice inglese.

Autrice teatrale, le sue opere trattano senza ipocrisie i temi dell’amore, della crudeltà, del dolore e della tortura, e sono caratterizzati da una intensità poetica crescente, da una prorompente affermazione dell’amore in tutte le sue forme e dall’uso di un simbolismo tagliente e violento, così potente che contraddice e frammenta la narrazione, forse nel tentativo di farci provare l’esperienza di una vita lacerata fin dalle sue radici.

Sarah Kane lottò con una intensa depressione per molti anni, ma continuò a lavorare, e fu per un certo periodo la “writer-in-residence” del Paines Plough Theatre Company.

La sua prima opera, Blasted (Dannati), che traccia parallelismi fra la Gran Bretagna e la Bosnia e contiene scene di stupri, cannibalismo e brutalità, creò il più grande scandalo teatrale a Londra dai tempi della scena della pietrificazione del bambino nello spettacolo Saved di Edward Bond; la Kane adorava il lavoro di Bond e proprio lui difese pubblicamente l’opera e il talento della Kane. Altri autori che influenzarono Sarah Kane furono Samuel Beckett, Howard Brenton, e Georg Büchner. Di quest’ultimo la Kane diresse Woyzeck. La Kane e Caryl Churchill si ammiravano e si influenzarono a vicenda.

Mentre il giornalista del Daily Mail Jack Tinker aveva descritto la sua prima opera come “questo disgustoso banchetto di sporcizia”, Sarah Kane è ora considerata come una importante protagonista nel teatro britannico, nonché una delle figure chiave del cosiddetto in-yer-face theatre. La sua promettente carriera terminò prematuramente con il suo suicidio nel 1999.

Comunque, questo cambiamento di opinione della critica avvenne solo dopo la sua quarta opera, Crave, (Febbre). L’opera fu pubblicata originariamente con lo pseudonimo di Marie Kelvedon, per fare in modo che i critici la valutassero come un’opera a sé stante e non come l’ultimo lavoro di una autrice i cui personaggi avevano succhiato gli occhi uno all’altro e cotto alla griglia i loro genitali. Crave si concentra su quattro personaggi, che hanno come nome solo una lettera, legati fra loro da relazioni la cui profondità può essere compresa solo dopo una accurata interpretazione dell’opera. Inoltre, è un’opera altamente intertestuale. Attraverso questa nuova immagine di Sarah Kane, i suoi primi testi sono stati reinterpretati, rivelando personaggi complessi con un dolore sia psicologico che fisico.

La sua ultima opera, 4.48 Psychosis, fu completata poco prima della morte dell’autrice e fu rappresentata una anno dopo il suicidio. Nel 2001 il Royal Court Theatre, che aveva messo in scena tutte le prime degli spettacoli della Kane eccetto uno, ha dedicato una stagione intera alla sua opera.

I critici sono unanimi nell’acclamare la donna che avevano stroncato perché ricordava loro “la peggiore della classe”. La sua influenza sulle generazioni future di scrittori è ancora da valutare, ma è già visibile nelle opere di Debbie Tucker Green e Joanna Lauren e in Far Away (2000) di Caryl

Churchill. Le opere della Kane sono al giorno d’oggi fra le più rappresentate in tutta Europa (fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Sarah_Kane).

Maria Varo, una delle protagoniste, ha così descritto l’idea originaria dei giovani attori e la sua concreta realizzazione: “Ormai non è più possibile prendere le distanze da Sarah Kane … e così: Carolina, Francesca C., Stefano, Francesca A., David, Carolin, Domenico, Marta e Tea si sono abbandonati semplicemente.

In pochi mesi abbiamo invertito la rotta alle nostre paure, sciolti i nodi del nostro malessere, sfondato i muri, e scosso per sempre l’immobilità di cui siamo prigionieri come esseri umani e come attori. Abbiamo diviso e condiviso il nostro lavoro di ricerca su Sarah: chi si è occupato della biografia, chi del significato del colore, chi del senso dei numeri, chi delle citazioni bibliche, chi della simbologia, chi dell’iconografia e oniricità, chi della mitologia, chi di tutte le altre opere … Abbiamo raccolto dai gesti sospesi quello che poteva riavviare non solo l’azione scenica, ma il nostro incontro, a volte scontro, il nostro dialogo … Abbiamo discusso su ogni frase, ogni associazione; e spesso per una ragione o l’altra, cosciente o meno ci siamo accorti che Sarah ha una tendenza spontanea a trasformare le sue esperienze in un linguaggio diverso e più ampio di quello letterario-esterno. La nostra autrice mette insieme le situazioni, i segni, gli elementi, le condizioni atmosferiche, i luoghi, le persone, i silenzi e le pause per catapultarci in una nuova lettura.

Come il conto alla rovescia che appare alla fine della prima scena: ed ecco la metafora del viaggio come quello di Ulisse, o degli Argonauti, o nel bosco delle fiabe. Percorso spirituale che si realizza attraverso tappe precise, anche dolorose, come l’amputazione, la punizione, il martirio, il fuoco che brucia per morire e rinascere come la Fenice: “Graham dentro Graham fuori”. […] Abbiamo ascoltato il silenzio, quando tutto tace per scelta, è il silenzio della pace, della morte, è il silenzio dell’ascolto di quel qualcuno… che arriva disperatamente… per salvarci.

Questo testo non ha una sola verità… ma ha una certezza: l’amore, l’amore come una porta magica, come la membrana di passaggio attraverso cui i mortali giungono ad una dimensione celeste, e ha un’urgenza, una fretta, una richiesta necessaria di AIUTO.

Abbiamo avuto la fortuna di incontrare Antonio Latella e tutti i nostri risultati sono la risposta alla sua fiducia”.