Caste, castelli e castighi: innumerevoli dati di fatto ma nessuna possibile soluzione

di Simone Fagioli

Il presente articolo segue un lungo dibattito tenutosi il giorno 20 Settembre 2007, presso la Sala Ermini di Palazzo Ancaiani in Spoleto, in occasione della presentazione del libro di S. Rizzo e G. A. Stella La Casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili, edito da Rizzoli. La conferenza è stata promossa ed organizzata dall’Associazione “BioEtica e Diritti Umani Centro Internazionale di Spoleto” in collaborazione con il Comune di Spoleto.

Premettiamo che il libro in questione raccoglie, tranne qualche lodevole scoperta degli autori, notizie di cronaca già note all’opinione pubblica grazie ai mezzi di informazione di massa.

Il libro, poiché frutto di un attento e cesellato lavoro giornalistico, presenta al lettore una situazione veritiera ed incontestabile circa gli abusi attribuibili ai politici in particolare, ed alla politica in generale. Da qui origina la pars destruens, tesa a demolire in toto la politica ed i suoi principali o, spesso, minori protagonisti. Preferiamo non addentrarci nei particolari, in quanto facilmente rintracciabili nel testo in esame.

Secondo l’uso corrente della lingua italiana, il termine casta, in una delle sue accezioni, indica una classe di persone che si considera, per nascita o per condizione, separata dagli altri, e gode o si attribuisce speciali diritti o privilegi.

Notiamo subito che il privilegio o i privilegi di un politico sono stabiliti dall’ordinamento repubblicano, al fine di evitare il fenomeno della corruzione. Notiamo altresì che il politico, come un qualsiasi cittadino, è soggetto alla legge ma la può anche violare, con le evidenti e necessarie conseguenze giudiziarie attribuibili rispetto all’atto della violazione. Un politico, o un qualsiasi cittadino rispondono pertanto di fronte alla legge nel caso in cui essi la violino.

Una eventuale contestazione appare riferibile alla quantità ed alla qualità del privilegio o dei privilegi ma questa è una questione non di facile soluzione, poiché chi decide e chi usufruisce del privilegio o dei privilegi è la medesima persona. Detto ciò, non crediamo essere questo il problema rilevante del nostro sistema-paese. Crediamo invece che il discorso unicamente incentrato sul problema della politica sia vano, sia sufficiente ad infervorare momentaneamente gli animi delle persone sempre più povere, sempre più sconsolate e sempre più sole, serva solo ad accogliere l’applauso fragoroso ed illusorio che nulla cambia e tuttavia mantiene immutabile nel tempo. Serve a tutto ciò ma serve a non risolvere nulla.  La bella moda di additare la politica come colpevole, come responsabile, sinceramente, non ci solleva. E crediamo non sollevi l’Italia in toto dalle proprie responsabilità. Il modello definito casta, dettagliatamente descritto dal volume di Rizzo-Stella, non riguarda solo la politica ma riguarda l’intera società italiana, le intere sfere delle professioni pubbliche e private.  La differenza consiste nel fatto che la politica ha una responsabilità pubblica, alla quale costantemente risponde e che dalla opinione pubblica viene costantemente accusata. Le altre professioni invece rispondono ad una responsabilità privata che riguarda solo i diretti soggetti interessati. La conclusione cui vogliamo giungere consiste nel considerare tutto ciò un problema di etica pubblica alla quale tutti noi, scriventi compresi, siamo al cospetto.

Se ritrovassimo quella coincidenza di moralità e legalità tipiche delle poleis greche, quell’alta concezione di etica comune, che tutti investe e nessuno esclude, il problema si risolverebbe. Crediamo sia questa la pars construens e complementare del volume di Rizzo-Stella, libro che, a nostro avviso, risulta parziale in quanto attacca e prende di mira solo una delle innumerevoli caste che costituiscono la nostra società. Ed oseremo dire anche la parte più facilmente attaccabile, proprio perché la politica ci costituisce e ci appartiene: noi siamo la politica.

È evidente che la politica deve dare il buon esempio all’Italia tutta, ma questo non ci giustifica nell’imitare chi noi crediamo faccia cattiva politica, ovvero, se la politica sbaglia noi non siamo per ciò stesso giustificati a sbagliare.

In conclusione aggiungiamo che, nella nostra società, alcuni personaggi televisivi vengono pagati con uno stipendio pari alla somma dello stipendio di sessanta o settanta operai; le leggi del mercato, anche di quello sportivo, non tengono conto della persona umana ed arricchiscono spropositatamente singoli individui; alcuni ragazzi di modesto ceto sociale non entreranno mai a lavorare nelle università, non saranno mai liberi professionisti, non saranno mai liberi.

 

Caste, castelli e castighi: ragazzi, è giunta l’ora di svegliarsi! di Simone Fagioli        

Cinquanta anni fa, ovvero nel 1957,  il poeta ed editore L. Ferlinghetti pubblicò a San Francisco  Urlo di A. Ginsberg. Ben presto, Urlo diventò, insieme al suo autore, il simbolo di quella che poi sarà chiamata “Beat generation”. Il celebre verso “Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia” divenne l’urlo di denuncia di una società oramai alla deriva (caratterizzata dalla perdita della cura di sé e dell’altro non più visto come un altro se stesso), invettiva sociale che traeva origine dall’urlo nichilista del filosofo tedesco F. Nietzsche che decretava la morte di Dio. L’uomo, senza Dio e senza valori, sbandato e girovago nel mondo, non era nient’altro che l’urlo celebrato dal poeta Ginsberg.

Nel 1979 Francesco Guccini pubblica la canzone Dio è morto, la quale sintetizza consapevolmente e volutamente sia l’urlo della Beat Generation, sia l’urlo nietzschiano.

Dio è morto, però, nell’ultima strofa lancia un grido di speranza non solo per il singolo uomo ma per l’umanità intera: “Ma penso/ che questa mia generazione è preparata/ a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,/ad un futuro che ha già in mano,/ a una rivolta senza armi, /perché noi tutti ormai sappiamo/ che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge,/ in ciò che noi crediamo Dio è risorto,/ in ciò che noi vogliamo Dio è risorto,/ nel mondo che faremo Dio è risorto”.

Probabili prolegomeni al nostro discorso sono i versi E. Montale, che nella strofa finale della poesia Non chiederci la parola che squadri da ogni lato… (scritta tra il 1920-1927 e pubblicata nella raccolta Ossi di Seppia), sancisce i limiti umani nella esclusiva conoscenza della negazione dell’essere, nella negazione di ciò che siamo: “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti/sì qualche storta sillaba e secca come un ramo./Codesto solo oggi possiamo dirti,/ciò che non siamo, ciò che non vogliamo/”.

Le considerazioni sopra esposte si possono riassumere nella seguente frase: “Vedo le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia perché non conoscono il proprio essere e perché sono consapevoli della morte di Dio”.

Oggi, 16 ottobre dell’anno 2007 di nostra vita, gli interrogativi restano i medesimi e non sono mutate le problematiche che attanagliano la Nostra società.

Noi giovani abbiamo potenzialmente sia le capacità, sia le possibilità di costruire una società diversa da quella attuale, diversa da quella descritta da Ginsberg o proclamata dall’Oltre-Uomo di Nietzsche. Noi dobbiamo farci avanti, vale a dire noi abbiamo l’obbligo morale ed intellettuale di dire chi siamo, che cosa siamo, da dove veniamo e dove vorremo andare. E nemmeno dovremmo protestare o sentirci offesi se qualcuno dice : “siete ignoranti e per questo motivo dovete studiare ed impegnarvi di più!.

La nostre uniche armi sono: il sapere, unitamente al saper ragionare ed al saper fare; lo scito te ipsum medievale; il concetto aristotelico dell’amicizia, secondo il quale l’amico è un altro te stesso.

In una società dove non esistono più i valori forti del cristianesimo e della legalità, vi è il concreto ed effettivo pericolo dei fenomeni dell’abbandono, del lassismo e dell’indifferentismo.

Servono, pertanto, idee, idee vere, originali, fattive, reali: i giovani hanno il dono della freschezza, della fantasia, della creatività, del voler fare, della morigerata temerarietà, dell’amore. Ma un dono, per essere tale, si deve riconoscere e si deve donare. Crediamo, con cuore sincero, che un giorno i ragazzi doneranno il proprio essere e la propria parte migliore alla società e che, soprattutto, la società vedrà quei medesimi ragazzi come un dono, come il dono più grande.   

Caste, castelli e castighi. I giovani e l’istruzione: un ossimoro od una complementarietà?   Di Simone Fagioli  

Il presente articolo ha origine da un frequente dibattito che anima i giovani laureati nelle così dette “scienze umane”. Posto che ogni persona ha in mente e vorrebbe veder attuata una determinata forma di istruzione, la nostra cultura post-moderna non riesce a porre in essere una modalità di istruzione seria, funzionale, educativa, valida, didattica, pedagogica, edificante e formativa.

Un giovane, un ragazzo, un laureato, deve sapere e, unitamente, deve saper fare.

È vero che non servono e non bastano solo le nozioni ma servono anche le nozioni; è altrettanto vero che non conta solo la quantità di sapere, viceversa bisogna saper ben utilizzare il proprio sapere; ed è infine vero, che vi è la incombente necessità di conoscere molte lingue e di padroneggiare le tecniche informatiche, ma se non si sa leggere, scrivere, e far di conto, tutti gli altri saperi non servono, o meglio, sono saperi di facciata, che servono a nascondere momentaneamente una mancanza, una insofferenza, un profondo disagio esistenziale.

Noi moderni abbiamo la pretesa conoscitiva di voler studiare esclusivamente il nuovo, senza avere la minima percezione dell’antico che precede e, per ciò stesso, premette il nuovo.

Ci sembra inconcepibile che chi intraprenda il cammino delle “scienze umane” non abbia almeno qualche rudimento del greco, del latino, e della grammatica e della sintassi della lingua italiana.

Naturalmente, il così detto “scienziato umano” non può ignorare la scienza, i suoi principi ed i suoi postulati. Esso deve essere una persona completa, una persona libera e capace di interpretare l’uomo, il suo linguaggio ed il mondo nel quale è gettato e si trova a vivere.

Nell’attuale deriva culturale, dove si confonde e si misconosce la fondamentale distinzione tra docente e discente, dove nessuno più rispetta con sincero dovere etico il proprio ruolo e le proprie funzioni, siamo in presenza di una indecente situazione di stallo che diviene tanto più inenarrabile quanto più nessuno si assume l’onestà intellettuale di parlarne.

Siamo altrettanto convinti che coloro che prenderanno coscientemente in considerazione tali problematiche sociali, ovvero, coloro che ancora possiedono l’arte di insegnare, unitamente a coloro che, spinti da una viva curiosità, vogliono, amano, desiderano il sapere, il conoscere, saranno in grado, grazie alle loro opere, di porre finire ad una tale mortificazione e nientificazione della cultura.

Essi sapranno ricostruire sulle maceri

 

Caste, castelli e castighi: Spoleto paesaggio sempre verde dove l’occhio di un uomo si perde[1].   di Simone Fagioli

Lungo la strada Flaminia che congiunge la città Capitolina con la Nostra Spoleto, presso lo svincolo sud, l’occhio umano si perde in una linea angolare che congiunge la Rocca, il Ponte e S. Pietro,

sorella della Cattedrale.

Un occhio apparentemente meno attento e meno romantico, più interessato ai particolari della vita pratica, uno sguardo, quindi, non rivolto verso l’alto ma concentrato sulle opere umane, nota che nei dintorni del vecchio Ponte romano medievale che attraversa il Tessino, si scarica ancora nera acqua mal odorante nonostante il comune di Spoleto abbia da anni creato una rete fognaria di qualificata opera ingegneristica.

Lo stato di degrado dell’ingresso sud appare anche da un edificio abbandonato che è in fase di disfacimento strutturale.

Inoltre, le siepi non tagliate dei campi appartenenti a privati, in un incrocio notoriamente pericoloso, inibiscono la vista delle automobili che vengono dalle diverse strade.

D’altra parte all’incrocio stesso tra il giro del Ponte e la Flaminia, l’antico percorso del sentiero di S. Pietro, costeggiante dalla strada nazionale il lato destro del fosso di S. Pietro, è stato chiuso da recinzione negli anni passati, forse scordando che i sentieri, anche se attraversano terre di proprietà, non possono in alcun modo essere inibiti al transito.

Si allega una foto panoramica degli anni sessanta in cui il sentiero è ancora ben visibile.

Ci chiediamo come mai, per questa antica via e per altre che sono state abusivamente chiuse, l’amministrazione comunale non abbia mai esigito la riapertura. D’altra parte, per queste antiche strade non vale l’usucapione.

Oltre a ciò, segnaliamo la presenza di sporcizia sul Ponte (bottiglie, pezzi di carta…) ed una situazione di abbandono, testimoniata dal fatto che gli alberi che crescono su muraglioni del Tessino a lungo andare renderanno precaria la staticità dei medesimi muraglioni di pietra.

La stessa ringhiera del Ponte romano medievale ha il corrimano in parte rialzato e che, pertanto, può essere pericoloso per coloro che transitano sui marciapiedi.

 

[1] S. Fagioli, Un poeta: l’ombra della sua città, Alberti & C. Editori, Arezzo 2003, p. 17.

 

     Caste, castelli e castighi. I giovani e l’istruzione, parte seconda. Come l’Università italiana dovrebbe essere   di Simone Fagioli  

Il presente articolo nasce dalla necessità, che peraltro non si manifesta come solamente nostra ed esclusiva, di ripensare l’Università italiana, sia dal punto di vista  teorico-formale, ovvero di ridefinire la differenza specifica che distingue l’Università da qualsiasi altro tipo di istituto di istruzione e di formazione,  sia da quello più strettamente strutturale-organizzativo.

Usando una metodologia tipica dei filosofi medievali, secondo i quali omnis adfirmatio est negatio, nell’illustrare come l’Università italiana dovrebbe essere, o, se si vuole, nel presentare il nostro modello-ideale di Università, per via di negazione, poniamo come nostro obiettivo quello di dare uno quadro generale, certamente non esaustivo, non neutrale ma sicuramente indicativo, dell’attuale realtà universitaria italiana.

Nell’affrontare tale cammino, ci serviamo dell’aiuto del filosofo Rodolfo Mondolfo, che delinea, nell’introduzione ad una sua opera datata 1969 (Cfr., R. Mondolfo, Problemi e metodi di ricerca nella storia della filosofia, La nuova Italia, Firenze 1969, pp. 1-9), una visione complessiva del mondo universitario, valido per tutte le Facoltà (universitarie) e per tutti gli Istituti di ricerca.

In primis, l’Università ha una missione culturale ed una funzione sociale: essa ha la responsabilità di formare e di preparare professionisti e, parimenti, essa deve rappresentare un centro attivo ed innovativo del progresso scientifico. I professionisti, che provengono da una cultura universitaria, devono poter collaborare, cooperare attraverso una modalità competitiva e contemporaneamente solidale, devono sapersi sforzare affinché vi sia un progresso spirituale, scientifico ed economico.

Tutto questo richiede, però, un metodo, una metodologia per poter agire, per poter operare verso il bene: l’insegnamento universitario ha, pertanto, l’obbligo di fornire tale metodo, tale prassi metodologica. Uno studente può acquisire un simile habitus mentale normativo se e solo se l’Università, per mezzo dello stupore dato dalla meraviglia verso il mondo e verso le cose, suggerisce ed insegna la via teoretica e pratica dell’indagine, del metodo investigativo, della ricerca e della scoperta.

Una caratterizzazione così descritta differenzia l’insegnamento universitario da quello medio superiore e medio. Infatti, all’insegnamento medio spetta di dare una cultura di base, generale, condizione stessa della cultura superiore, universitaria. Un insegnamento superiore si caratterizza, viceversa, per la specializzazione che riesce a dare i suoi studenti e tale specializzazione permette il progresso. Al fine di evitare una cristallizzazione di ciascuna figura professionale, l’aggiornamento e il progresso diventano inevitabili per il progresso in senso lato, e cioè, per il progresso dell’uomo. Scrivere a tale proposito Mondolfo: «[…] questa forza di propulsione del progresso deve trovare nell’Università una sfera d’azione particolarmente feconda. La stessa esigenza si deve affermare, con uguale vigore, negli studi utilitari, come quelli di applicazione tecnica, e negli studi disinteressati, come quelli puramente teorici, tra i quali si trova, esempio tipico, la filosofia» (cit., p. 4).

La prima tappa della ricerca individuale, nella quale confluiscono sintetizzati sia gli apporti intellettuali ed originali del maestro che insegna, sia le lezioni frequentate, sia il confronto con gli altri colleghi di studio, è costituita dalle tesi di laurea «[…] che, per essere approvate, debbono rappresentare nuovi contributi di ricerche: e così si realizzano continuamente dei lavori che contribuiscono all’avanzamento degli studi, tanto più che la loro pubblicazione forma poi un elemento importante per l’esito dei concorsi per titoli, condizione preliminare per il primo ingresso nella carriera professionale dell’insegnamento e per ogni successivo avanzamento in essa.                        […] Tutto ciò dà impulso al progresso individuale e generale nello stesso tempo; l’incitamento all’interesse personale diventa fonte di beneficio pubblico, cioè diventa incremento della scienza» (cit. pp. 4-5).

È indubbio che tutto ciò richiede un’enorme dedizione agli studi, un forte sacrificio personale ed un impegno verso se stessi e verso gli altri.

Naturalmente, condizioni fondamentali per essere non solo bravi e prodighi professionisti ma, soprattutto, umane persone sono la passione, l’amore per il sapere, la ricerca della verità, l’umiltà, la comprensione, l’empatia, la vocazione alla vita.

    Caste, castelli e castighi:Viva l’Italia! Parte I di Simone Fagioli  

“Viva l’Italia, l’Italia liberata, /l’Italia del valzer, l’Italia del caffè. /L’Italia derubata e colpita al cuore, /viva l’Italia, l’Italia che non muore. /Viva l’Italia, presa a tradimento, /l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento, /l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,/viva l’Italia, l’Italia che non ha paura” (F. De Gregori, Viva l’Italia, 1979).

Abbiamo, o meglio, dobbiamo avere ancora la forza di dire: «Viva l’Italia!». Nonostante tutto, senza se e senza ma. Dobbiamo avere la forza di ricominciare nel cambiamento, non scordando mai, però, da dove veniamo e chi e che cosa siamo stati. Siamo italiani. Cantare l’Inno d’Italia è solo un mezzo e non un fine: un mezzo per ricordare, per non dimenticare, mai.

Dobbiamo essere orgogliosi e fieri di essere italiani, non guardando ai nostri beni particolari ma realizzandoci nel conseguimento del bene comune, delle Nostre comunità, del Nostro Stato.

La realizzazione del bene comune, del bene di tutti, e in particolare di chi ha di meno ed è più disagiato, ricondurrebbe veramente ad una rivalutazione del termine “Repubblica” nel significato latino di “res publica”.

Senza il conseguimento del bene comune, la Repubblica non è più “cosa pubblica”, non è cosa che interessa, preoccupa e riguarda tutti i cittadini ma diventa cosa di pochi, di parte dei cittadini.

È fin troppo chiaro: se lo Stato non si interessa dei cittadini, se lo Stato non ha a cuore i cittadini, i cittadini si disinteressano dello Stato e delle Istituzioni tutte.

Il buon esempio non deve partire dai cittadini, ma dallo Stato che deve educare, indirizzare verso la via del bene comune. I cittadini devono, parimenti, essere virtuosi, responsabili, accorti e giusti.

E non si può dire che questo sia un discorso retorico, nel senso degenere del termine. Infatti, ciò che sosteniamo, nell’accezione sempre del possibile realizzabile e dell’ideale regolativo, purtroppo, in Italia non c’è, non esiste, non lo vediamo.

E non scorgiamo nemmeno la concreta volontà, e non le chiacchiere che rimandano al “volontario non eseguibile o non ancora eseguito”, di vivere secondo semplici ma fondamentali principi etici: la giustizia, la solidarietà, la carità.

E non basta la tanto abusata “equità sociale”, in quanto il principio di equità è un falso principio che conduce alla giustizia: per quanto lo Stato possa perseguire l’equità, le impari condizioni di partenza dei cittadini fanno sì che le disuguaglianze sociali restino immutate. Ad esempio, se io do al cittadino A due mele ed al cittadino B due mele (principio di equità) ma il cittadino A possedeva di suo 10 mele, mentre il cittadino B possedeva di suo 1 mela, alla fine il cittadino A ha 12 mele, mentre il cittadino B ha 3 mele. E se la matematica non è una opinione, 12 è diverso da 3!

 

Viva l’Italia!, nonostante tutto.

Caste, castelli e castighi:Viva l’Italia! Parte II di Simone Fagioli  

“[…] Viva l’Italia, l’Italia che è in mezzo al mare, / l’Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare, l’Italia metà giardino e metà galera, / viva l’Italia, l’Italia tutta intera. Viva l’Italia, l’Italia che lavora, / l’Italia che si dispera, l’Italia che si innamora, l’Italia metà dovere e metà fortuna, / viva l’Italia, l’Italia sulla luna […]” (F. De Gregori, Viva l’Italia, 1979).

Abbiamo, o meglio, dobbiamo avere ancora la forza di dire: «Viva l’Italia!». Nonostante tutto, senza se e senza ma.

Sono molti i problemi che affliggono il Nostro Paese, sia di natura economica, sia di natura culturale. Sebbene siamo immersi in un orizzonte socio-politico-culturale multiforme, la vita della gente più povera (pensionati, lavoratori precari e lavoratori dipendenti) è sotto scacco da una uguaglianza matematica che ha stravolto la loro vita in peggio e che li ha resi sempre più poveri: 1 euro = 1936.27 lire. Da questa uguaglianza non si esce, siamo imprigionati in una buia galera della quale hanno buttato via la chiave. Se andiamo in pizzeria e paghiamo una pizza margherita, nei locali più economici, 5 0 6 euro, i soldi che abbiamo in tasca non hanno più valore.

Le uniche due soluzioni, non potendo costringere i commercianti a dimezzare i prezzi con metodologie legali (in una democrazia i prezzi non vengono determinati dallo Stato ma si determinano secondo le leggi del libero mercato, secondo il binomio “domanda-offerta”) le uniche due soluzioni, che appartengono, nostro malgrado, al mondo della impossibilità, sono le seguenti: il raddoppio dei salari dei lavoratori dipendenti o il cambiamento della precedente uguaglianza con una nuova uguaglianza, ovvero, 1 euro = 1000 lire. Quando e chi mai si accorgerà che la gente, le persone comuni, tra qualche anno, non avranno più i soldi nemmeno per mangiare? Chi mai si accorgerà che i prezzi aumentano giorno dopo giorno ed i il valore dei salari dei lavoratori dipendenti rimane sempre invariato?

È inutile dire che la cultura a sua volta subisce lo scacco dell’economia: se non si riesce ad arrivare alla tanto declamata “terza settimana del mese”, come si può fare veramente cultura? E, quindi, chi può fare cultura in una sì tanto disastrata situazione? Evidentemente solo pochi, solo chi se lo può permettere. E poi, ci domandiamo, che tipo di cultura si produce? Evidentemente una cultura che è “specchio e lume” della nostra post-modernità, ormai, divenuta post post-modernità!

Oggi, nella Nostra società, i valori morali sono diventati disvalori e chi ancora li persegue come ideale regolativo è in netta minoranza e si sente solo, abbandonato.

Ricordiamoci, sempre e comunque, che non siamo mai soli.

Viva l’Italia!, nonostante tutto.

Caste, castelli e castighi:Viva l’Italia! Parte III di Simone Fagioli  

“[…] Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre, / l’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre, / l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste, / viva l’Italia, l’Italia che resiste” (F. De Gregori, Viva l’Italia, 1979).

Abbiamo, o meglio, dobbiamo avere ancora la forza di dire: «Viva l’Italia!». Nonostante tutto, senza se e senza ma.

Qualche giorno fa, nostro malgrado, abbiamo appreso una notizia che ci ha lasciato l’amaro in bocca e che rende chiara ed evidente l’attuale situazione socio-economica di quello che oggi, e crediamo fino al 14 Aprile, qualcuno ha ricominciato a chiamare Bel Paese.

Nel Nostro Bel Paese, moltissime neo-famiglie italiane sono costrette ad acquistare il latte in polvere per i propri neonati sul famosissimo sito di vendite on line “eBay Italia” (Cfr.,

http://search.ebay.it/search/search.dll?from=R40&_trksid=m37&satitle=latte+in+polvere&category0=) e non più nella farmacia del quartiere, nella farmacia di fiducia “sotto-casa”.

Nelle farmacie il latte costa troppo e le famiglie non si possono permettere di comprarlo lì! Il latte, quindi, lo comprano on-line. Molti penseranno che sia normale, frutto della società globale, ma per noi tutto questo è una vergogna! Le famiglie sono costrette ad arrangiarsi nell’acquisto dell’alimento che serve alla sopravvivenza ed alla corretta crescita del proprio figlio, che già è la base della società e della nazione futura. Che cosa vi è di più importante? È giusto risparmiare sulla vita? No. No, senza se e senza ma. No, a prescindere da tutto e da tutti!

Lo Stato deve recuperare la cultura dell’aiuto alla famiglia, e non solo, lo Stato deve sviluppare politiche assistenziali in favore delle famiglie più disagiate e delle giovani coppie che desiderano porre in essere una famiglia, il bene maggiore e fondativo di qualsiasi tipo di società.

L’Italia deve ricominciare dalla famiglia e mirare sulla famiglia: uno Stato senza famiglia e senza figli è uno stato morto, morto nella sostanza e, soprattutto, nello spirito. Una società senza “bambini” è monca e destinata alla fine, destinata alla vecchiaia, alla involuzione, all’implosione.

I bambini diventeranno i giovani e i giovani saranno gli adulti del domani: non pensare ai bambini vuol dire non credere nel normale naturale ciclo di sviluppo umano, significa non credere nei giovani che costruiranno il futuro e vuol dire non credere in noi stessi, esseri umani che apparteniamo, che siamo la parte attualmente vivente di questo ciclo.

Noi tutti, dovremmo, dobbiamo, dovremo crederci.

Resisti, Italia! Nonostante tutto.

 

Spoleto vista dall’alto: dalle rotatorie alla stazione fantasma

di Simone Fagioli

Il 2009 è appena arrivato e non vogliamo fare bilanci, né dare consigli, né tantomeno fare i moralisti ma solmente descrivere una serie di fatti che viviamo direttamente. Con tale spirito, assumiamo il ruolo che solo ci compete, ovvero quello di semplici narratori della realtà.

In primis, la Città di Spoleto è ancora, fino a prova contraria e per intuizione del Maestro G. C. Menotti, chiamato a Spoleto dall’Avv. Adriano Belli (amico di tanti musicisti del primo novecento, tra cui Lorenzo Perosi)  la Città dei Due Mondi. Crediamo che la Nostra Bella Città non si meriti una stazione a dir poco da “terzo mondo”. Per esempio, possiamo confermare che lo sportello servizi è quasi sempre chiuso e le tre biglietterie automatiche non sempre funzionano; i monitor Partenze-Arrivi sono sempre guasti e l’ambiente della stazione e quello circostante non è dei più accoglienti. E se poi pensiamo che per raggiungere una città come Perugia che dista appena 65 Km di tratta ferroviaria occorrono più di 60 minuti e che, con i nuovi orari in vigore per un anno, di mattina è possibile raggiungerla solo nelle ore comprese tra le 05.40-09.30, con una media di meno di un treno ogni ora, come può definirsi una città dei “Due Mondi”? Forse i pendolari dovranno raggiungere Perugia a piedi partendo due giorni prima, o meglio, in bicicletta contro possibili obesity taxes.

Per quanto riguarda le rotatorie, anche se è pur certo vero che chi costruisce le rotatorie non sa costruire le strade, come diceva il buon Napoleone Bonaparte, rimane il fatto che evitano le costosissime multe dovute al Photored e restano comuqnue il modo migliore e più usato in tutta Europa per dirigre ed ordinare il traffico in luoghi dove si intrecciano moltissime strade. Siamo convinti che il modello ideale di rotatoria per la città sia quella del Pavone, che effettivamente ha ridotto il traffico e che non crea disagio ai camions-autotrasporti.

Concludiamo con una panoramica sul problema “centro storico di Spoleto”. Sembra strano ma nella Nostra città il centro storico, nel corso degli anni, è divenuto un problema così grave che ha dato origine a numerosi contrasti politici e a varie controversie tra amministrazione pubblica, commercianti e cittadini. È ormai chiaro a tutti che il centro storico di Spoleto è disabitato e che i giovani che vi abitano sono pochissimi; i negozi, tranne quelli “storici”, attraversano una crisi profonda dovuta anche al target cui si rivolgono, e cioè al ceto maedio-alto, infine, i cittadini non riescono a concepirlo come “isola pedonale” (ad esempio, anche i cittadini di Perugia impiegarono anni prima di abiuarsi ad un Corso Vannucci senza automobili. Rammentiamo, infine, che la quasi totalità dei centri storici italiani si sono trasformati nel tempo in “isole pedonali”).

Tutto ciò e ulteriori problematiche danno vita al “problema centro storico”: siamo convinti che la neo-dislocazione della Biblioteca Comunale in Palazzo Mauri e la recente inziativa “vitrines vivantes: lo shopping diventa teatro” (http://www.spoletoclick.it/notiziadettaglio.asp?prod_id=605) siano i primi passi volti alla riqualificazione del centro sotrico di Spoleto.